Inviato: Lun Apr 24, 2006 9:02 am Oggetto: [comunicato stampa] Videor l'emittente di poesia
Comunicato 21 marzo 2006
Videor (*) riprende le pubblicazioni. Fondata da Elio Pagliarani negli anni 80 la rivista in questi anni ha sperimentato, dopo l' homevideo, tutte le forme dell'edizione digitale che ora la rete veloce rende possibili all'indirizzo web videor.it
Strutturata su un database redazionale che origina dall'archivio video della videorivista su cassetta l'iniziativa di Nanni Balestrini e Orazio Converso con la direzione di Elio Pagliarani propone dal punto di vista degli artisti e dei poeti le funzionalità di ogni emittente con le specifiche interazioni della telematica.
Il processo mediatico s'ispira alla condivisione di testi, video, materiali sonori, immagini da parte dei suoi redattori e della community di riferimento con software e infrastrutture logistiche prodotte dal network di ricerca UniET e dal Consorzio Caspur.
Una semplice interfaccia permette di seguire gli eventi artistici della poesia e di riprenderne i punti d'interesse, anche con altri e a distanza.
Visitando videor.it in questi giorni è possibile seguire due manifestazioni romane, quella per Amelia Rosselli tenutasi in febbraio e questa di martedì 21 marzo 2006 a villa Poniatowski dedicata a Elio Pagliarani e all'uscita del suo libro “Tutte le poesie 1946-2005” curato da Andrea Cortellessa per i tipi di Garzanti.
(*) Videor
Videor nasce nel 1988 ed è diretta da Elio Pagliarani con Nanni Balestrini, Corrado Costa, Vito Riviello e Adriano Spatola. Dopo aver pubblicato nove numeri della chiude in forma di videorivista dando luogo al progetto sperimentale di RomaOnLine Videor e la telematica nella rete civica romana del 1995 e successivamente all'emittente videor.com rigorosamente opensource, con il primo server multimediale resosi nel frattempo disponibile con le tecnologie realnetwork e la realizzazione crossmediale di loosetv, senti internet, lacab television, internet scene, margi in rete e su memorie ottiche.
Vedi
Vera e propria rivista poetica in formato video con riflessioni, interventi critici e teorici, inchieste e letture di versi recitati dagli stessi autori (...)
Nico Garrone, La Repubblica,1998
Tuttavia, si arresta sulla soglia della poesia: si fa al possibile neutrale e discreto testimone dell'evento poetico, colto nel momento della lettura, della 'mise en scene' della parola (...) Carlo Terrosi del DAMS , 1988
La scelta linguistica che emerge ha qualcosa a che vedere con quel genere di videoarte che predilige 'i tempi illimitati', i tempi 'morti' come programmatica negazione del tempo 'scarso' profondamente sentito ed esibito dai consumi di massa
Alberto Abruzzese, Espresso 1989.
Poesia che non invita, per citare Delfini, mentre Videor di fatto invita al canto, al riso, all'elaborazione, all'impegno di parola.
Massimo Celani, Il verso che viene dal video, Il video che viene dal verso
Inviato: Lun Lug 16, 2007 4:44 pm Oggetto: Corrado Costa
I DUE PASSANTI
I due passanti: quello distinto con il vestito grigio
e quello distinto con il vestito grigio, quello con un certo
portamento elegante e l’altro con un certo portamento
elegante, uno che rideva con uno che rideva
uno però più taciturno e l’altro
però più taciturno, quello con le sue idee
sulla situazione e quello con le sue idee
sulla situazione: i due passanti: uno improvvisamente
con gli attrezzi e l’altro improvvisamente nudo
uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda:
i due passanti: quello alto uguale e quello
alto uguale, uno affettuoso signorile e l’altro
affettuoso signorile, quello che si raccomanda
Dobbiamo trattare la pace
occorrono subito trattative
oggi lunedì due morti per parte
intratteniamoci in trattoria
martedì cinque feriti gravi
da una parte o dall'altra
cerchiamo di trattare
difficoltà per le trattative
mercoledì sei morti gravi
dalla parte che volete
l'unica cosa è trattare
giovedì i feriti senz'acqua
l'acqua è neutrale
ma non si trova
allora chi ci trattiene
a far le trattative
venerdì sei morti più
cinquanta feriti tra quelli
gravi a Gravina di Puglia
lente le trattative di pace
veloci i morti seguiti dai feriti
sabato feriti civili scambiati
per feriti incivili dai civili
domenica chiuso per feretri
si cerca di trattare ancora
ma anche le trattative
sono chiuse ora
aperte no-stop le stragi!
Inviato: Lun Lug 16, 2007 5:00 pm Oggetto: La scienza del comico
IMMAGINAZIONE E RICERCA SCIENTIFICA
Giogio Celli, La scienza del comico, 1982
Gli scienziati, qualcuno ha scritto, che nel furore di
apparire « oggettivi », « asettici » e « sperimentali », affermano
di non avere alcuna filosofia, per solito ce l'hanno, ma è
stupida. Si tratta, quasi sempre, di un ingenuo realismo. Lo
stesso si verifica per quel delicato settore di autoriflessione
delIa scienza sui suoi metodi, e sui suoi processi, che è
l'epistemologia. Spesso gli scienziati ostentano una non riflessione
radicale suI che cosa sia, per loro, fare ricerca,
ma, solIecitati e messi alIe strette, mobilitano, con sussiego,
il vecchio aforisma che fa coincidere l'essenza delI'operare
scientifico con l'osservazione. Il ricercatore sarebbe dunque,
il testimone, l'iperocchio, o, nelIa sperimentazione, il provocatore
indiscriminato, delI'universo. In questa prospettiva,
è fatale, si assiste a una progressiva, e irreversibile,
riduzione di competenza delIa mente, che, sempre più
erosa nelIe sue facoltà, e nei suoi poteri, diventa quasi
l'alIegoria di una fanciulIa un po' pazzerella, di una Bovary
proclive al delirio e alI'evasione, che lo scienziato, mentore
e marito metaforico, deve costantemente correggere, limitare,
ricondurre alI'ordine, mediante una strenua ascesi di
concretezza. Evidentemente, questa concezione delIa scienza
comporta alcuni inevitabili corolIari, tra i quali, il più immediato,
e la teorizzazione delIa fantasia come dannosa
all'operare scientifico, e, da proposizione sillogismo, dell'arte
come attività assolutamente «diversa» dalIa scienza.
Artista e scienziato abiterebbero due differenti empirei,
dove ciascuno avrebbe potenziato, e portato alIa «massa
critica », facolta antinomiche delIa mente, che per l'uno
puntano sulI'immaginazione e sulI'emozione, e per l'altro,
frequentatore di algoritmi e di diagrammi, sull'astrazione e
sull'osservazione. Spesso, peregrinando per i laboratori alla
ricerca di qualche introvabile rivista, abbiamo incontrato
un ricercatore in camice bianco abbagliante, con gli occhiali
cerchiati di tartaruga, che ci ha detto, con la bocca
volitiva piegata in una smorfia di satanica superiorità: « Io
non ho fantasia! ». Sarebbe errato, per il profano, scambiare
questa affermazione per' la confessione di un limite; al
contrario: essae di autoesaltazione e di autoconferma di
piena idoneità scientifica. Altre massime costellano le pareti
dei templi della scienza, a riprova di questa diffusa vocazione
empirista; per esempio: che fare? fare!; oppure: non
pensare: lavora!; o, in chiave più faceta, e chiamando in
causa la saggezza popolare dei proverbi: meglio un fatto
oggi che una teoria domani!; O infine, come epigrafe destinata
alla' comunita scientifica dei .posteri: fatti! fatti! e
soltanto fatti!
In realta l'epistemologia del novecento, quella, per esempio,
di Popper o di Medawar, ha da tempo minato alle
radici questa concezione di marca, a un tempo, positivista e
idealista. Una volta Karl R. Popper, volle fare al riguardo
un esperimento didattico destinato a rimanere celebre. Dopo
avere spiegato ai suoi studenti che fare ricerca significa
osservare, li sollecita ad applicare il modello entrando in.
« fase operativa». « Osservate, osservate!» supponiamo
perorasse al suo stupefatto uditorio. Finchè uno dei suoi
discepoli - e giuratelo pure: il meno conformista -, gli
chiese, dopo aver manifestato disagio e perplessità: « Osservare?
D'accordo! Ma che cosa? ». La domanda è di ordine
squisitamente epistemologico. Nessuno puo trovare nulla,
se non ha « deciso prima» che cosa cercare. Immaginatevi
al centro di un bel prato a primavera. Che cosa osservare?
Il colore delle nuvole? La posizione del sole? Il caleidoscopio
cromatico infinitamente mutevole dei fiori? Un'ape
che si posa sulla fiamma all'ultravioletto di un papavero?
L'inventario del mondo e una utopia simile a quellibro
totale di cui ci ha parlato Stephan Mallarme. Il mondo,
nella sua interezza, e una Sfinge muta e impenetrabiIe.
Bisogna, per farlo parlare, « ridurlo », farne uno scheletro,
filtrarlo attraverso una teoria, una ipotesi. La scoperta
scientifica è la verifica di una invenzione originaria, è una
intuizione « fortunata ». La logica della scoperta non è,
quindi, aristotelica, e tanto meno riconducibile alle norme
di una psicologia associazionista. In principio, nella mente,
c'è sempre una « fantasticheria », al cui formarsi concorrono
la cultura dell'epoca, lo stato della disciplina, l'immaginazione
e la psicologia, quindi la personalità, del ricercatore,
le informazioni e le strumentazioni disponibili - noti
i rapporti tra strumento e teoria -, l'intervento del caso, i
suggerimenti e le censure dell'inconscio, che promuove
« blocchi» - Vesalio, il grande anatomista, « vide» malissimo
gli organi genitali femminili - o che « manda
sogni di veggenza ».
Si sa, infatti, a riprova della somiglianza
fondamentale tra fare arte e fare scienza, che il sogno e
spesso il «suggeritore occulto», I'eminenza grigia della
scoperta. Henri Poincarè trove la soluzione di un « problema
matematico » che I'assillava - stabilire l'esistenza di
una classe di funzioni fuchiane, que lIe che derivano dalIa
serie ipergeometrica - nel corso di una « reverie» notturna,
e Kekule vide la sua teoria strutturale in un dormiveglia,
mentre la carrozza lo portava a un appuntamento,
sotto forma di una « danza di atomi ».
E a chi obietta che la matematica puo forse utilizzare il
« salto intuitivo » in quanto non si sa bene, tra iI serio e il
faceto, se « scopra» o se « inventi », ricordiamo il caso del
fisiologo Loewi che sogno l' esperienza - porre due cuori di
rana in diversi recipienti a liquido comunicante e stimolarne
uno - che gli permise di dimostrare l'intervento di un
mediatore sinaptico umorale nella trasmissione nervosa.
Bergson consiglia, a chi vuol capire una filosofia, di cercare
lo schema dinamico che le sta dietro; in linguaggio teatrale
diremmo il «sottotesto». Anche ogni teoria scientifica nasconde
una immagine, simile a quell a statua che, come gli
scultori, con diversa consapevolezza metaforica, hanno
spesso detto, sta sepolta nel blocco di marmo e che lo
scalpello deve liberare e conquistare al mondo degli uomini.
I prigioni di Michelangelo, questi abbozzi immani, abitano
per I'appunto la inafferrabile, e greve, zona di transizione
tra il veduto e il pensato, quel luogo di permutazione
tra mente e marmo, dove si manifesta il lavoro « concreto »
dell'immaginazione. Per chiarire ulteriormente il nostro
pensiero ai sostenitori della teoria che la logica piu ferrea,
e imperativa, presiederebbe all'opus scientifico, vogliamo
consigliare la lettura del libro «La doppia elica», in
cui Watson racconta come scopo la struttura del DNA, la
« stamperia» cellulare dei caratteri ereditari. A un certo
punto, Watson si trova davanti a tre possibilita: una cristallografa,
Rosalind Franklin, sostiene che la struttura del
DNA non è elicoidale; Linus Pauling, premio Nobel per la
chimica, pensa che sia elicoidale, e formato da tre catene;
Watson propende per !'idea che le catene siano invece due.
Vediamo perche egli decide di battere la via, « giusta », di
quest'ultima ipotesi: « E mentre il treno sferragliava verso
Cambridge mi sforzavo di scegliere tra il modello a
doppia o a tripla catena... Quando scavalcai il cancello
posteriore del college avevo ormai deciso: avrei costruito
un modello a due catene ». Subito dopo ci dice la ragione:
« i soggetti biologici importanti si presentano in coppie ».
Questa motivazione non è di ordine scientifico, ma ideologico.
Non e neppure una deduzione, e una convinzione. Il
biologico non 'e necessariamente duale. Le valenze del carbonio
sono quattro, i « morfemi » del codice genetico sono
« triplette », le proteine sono sostanze quaternarie, gli amminoacidi
sono venti. Privilegiare la dualità significa fare
una scelta mistica. Watson non si conforma al risultato di
una operazione logica, resta come abbagliato da una immagine
inconscia. Forse perche in quel periodo egli si era
occupato della sessualità dei batteri? Obbediva, forse, alIa
persuasione profonda di una analogia? Una coppia di batteri,
una coppia di catene: relazione tanto illogica quanto,
nel suo caso, « vincente ».
O forse, in chiave junghiana, Watson ha incontrato,
quella notte, il riverbero solare di un archetipo: la dualità
re/regina degli antichi alchimisti?
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